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> CALTABELLOTTA.COM > CENNI STORICI >
LA STORIA: DAL REGNO SICANO DI COCALO ALLA CONTEA DELLA FAMIGLIA PERALTA (XIII SEC. AC. - XIV SEC. D.C)
di Luciano RIZZUTI
 

 

Adagiata sul Kratas, un lembo meridionale dei Monti Sicani, sorge una delle più antiche città della Sicilia: Caltabellotta.

 

Caltabellotta con i suoi tre picchi: Monte S. Pellegrino, Monte Castello (centro), Rupe Gogàla

 

La sua posizione straordinariamente forte ha fatto di questa cittadina montana un punto strategico rilevante che l’ha resa protagonista, per oltre duemila anni, della storia di tutto il territorio che va dal fiume Belice al fiume Platani.

 

Sicilia sud-occidentale, al centro  Inycon – Camico – Triokala –Caltabellotta

 

Contesa, dominata, saccheggiata e distrutta dai popoli che hanno occupato la nostra Sicilia, è sempre riuscita a sopravvivere e a rigenerarsi cambiando talvolta la sua ubicazione e perfino la sua onomastica.

Due grotte, situate sulla cima del Monte S. Pellegrino, riportano le sue origini ad un’età  preistorica.

 

Monte ed eremo di S. Pellegrino M. S. Pellegrino - Grotta del drago

 

Le quattro necropoli che circondano la città attestano una presenza sicana riconducibile all’età del bronzo antico.

 

Necropoli - Cappuccini Necropoli - S. Marco
 

Necropoli - Monte delle Nicchie Necropoli - S. Paolo

 

Sul vicino monte Gulèa in età protostorica si formò il primo nucleo di un insediamento che, estesosi prima al contiguo terrazzo S. Benedetto e poi ai villaggi vicini, diede vita alla città di Inycon.

L’acropoli inizialmente sorse sulla cima del monte Gulèa, ma intorno al XIII sec. a.C. la sede reale venne trasferita sulla vicina rupe denominata Camico, oggi Gogàla, eponimo del suo illustre sovrano, Cocalo.

 

Rupe Gogàla Cattedrale
 

Divenuta leggendaria per aver resistito a cinque anni di assedio, viene oggi annoverata tra le più famose acropoli dell’antichità, insieme alle coeve Micene, Pergamo di Troia e Cadmea di Tebe. La città raggiunse un elevato sviluppo nel VI sec. a.C. ma, a seguito della sua ellenizzazione, dovette cambiare il suo nome sicano Inycon, ricordato per l’ultima volta da Erodoto e da Platone (V sec. a.C.), in quello greco di Triokala, citato per la prima volta da Filisto di Siracusa (V sec. a.C.).

 

Gogàla: ara votiva

 

Il nuovo toponimo sintetizza tre qualità vantaggiose: abbondanza d’acqua, fertilità del suolo ed un forte sistema difensivo (Diodoro).

Nel 258 a.C., nel corso della prima guerra punica, la città venne distrutta dai Romani (R. Panvini). Ma, a differenza di tutti gli altri centri sicani fortificati di cui si è persa la memoria, essa tornò a rivivere perché i suoi abitanti rifondarono Trokalis (la Nuova Triokala) nei pressi della vicina frazione di S. Anna, oggi denominata contrada Troccoli (V. Giustolisi).

La Gogàla visse le stesse vicende della vecchia città, ma la sua storia non si fermò al III sec. a.C. perché successivamente venne chiamata a suggellare altri eventi straordinari

Nel corso della seconda guerra servile (104-99 a.C.) il capo degli schiavi Salvio Trifone, avendo deciso di evitare la città ritenendola causa di inerzia e di neghittosità (Diodoro), si insediò con i suoi 40.000 uomini sul terrazzo di S.Benedetto e sulla rupe Gogàla riportando in vita la città distrutta dai Romani, ma soltanto per cinque anni perché lo scontro si concluse con la disfatta degli insorti. I mille schiavi superstiti, guidati da Satiro, preferirono togliersi la vita piuttosto che combattere contro le fiere nell’arena, segnando con il loro sacrificio una delle pagine più nobili della storia.

 

S. Maria della Pietà, chiesetta rupestre di epoca bizantina

 

Sotto il dominio romano e poi sotto quello bizantino Trokalis dovette sopportare, per oltre dieci secoli, le condizioni di città tributaria.

Con il trionfo del Cristianesimo la città divenne sede di una delle più grandi diocesi della Sicilia, i cui confini ancora una volta furono segnati dai fiumi Platani e Belice.

Si tramanda che il suo primo vescovo fu S. Pellegrino, venuto da Lucca di Grecia.

Nel IX sec. d.C. la popolazione, minacciata dalle incursioni saracene, fu costretta a tornare nuovamente sulle cime del Kratas dove, su un angolo della Gogala, oggi denominato Terravecchia, diede vita ad un nuovo insediamento cui venne attribuito il nome Balateta (R. Pirro).

Subentrati gli Arabi (860-1091) il borgo adottò il nome Qalat al Balat, fortezza costruita sulle balate, cioè sulla pietra spianata (Edrisi), da cui l’odierna Caltabellotta

 

Data incisa sulla parete esterna dell’abiside della cattedrale

 

Cacciati nel 1091 dal conte Ruggero, gli Arabi furono costretti trasferirsi nella vicina Sciacca dove si insediarono in quel quartiere che ancora oggi porta il nome di Ràbato.

Ad essi si sostituirono i Normanni i quali chiusero la via di accesso di Qalat al Balat con una cinta muraria e due porte (Salvo Porto e S. Salvatore).

La loro presenza durò fino al 29 dicembre 1194, quando Guglielmo III, l’ultimo erede al trono normanno, e sua madre, la regina Sibilla, vennero prelevati con l’inganno dal castello di Caltabellotta, dove si erano rifugiati, e, accusati di aver ordito una congiura contro Enrico VI di Svevia, vennero arrestati e condotti prigionieri in Germania.

Ad essi subentrò la dinastia sveva.

 

Bivona   XIV secolo Burgio    XIV secolo

 

Nel 1270 nello stesso castello venne festeggiato il ritorno di Guido d’Ampierre dalla crociata condotta da S. Luigi IX re di Francia e in quell’occasione parteciparono al sontuoso banchetto molti nobili che vennero rallegrati dal più famoso menestrello dell’epoca, Adam le Roi.

Scoppiata la Rivoluzione del Vespro (31 marzo 1282), Caltabellotta seguì l’esempio dei palermitani. La guerra tra Angioini ed Aragonesi si concluse il 29 agosto 1302 con il trattato di pace che venne firmato a Caltabellotta e Federico III d’Aragona, venuto in soccorso dei Siciliani, divenne re di Sicilia col titolo di Federico II.

 

Caltabellotta   (Castello Luna) XII sec. Caltabellotta (Castelvecchio) XI secolo

 

Il dominio spagnolo segnò la decadenza della centralità politica ed amministrativa di Caltabellotta  ed il suo territorio venne frazionato in contee.

Nel 1338, per volontà del re Pietro II d’Aragona, fu nominato primo conte di Caltabellotta l’ammiraglio del regno, Raimondo Peralta.

Nell’estate del 1400, a seguito delle nozze tra Artale de Luna e Margherita Peralta Chiaramonte, figlia di Guglielmo, la contea passò alla famiglia dei Luna che ricevette in dote le terre e i castelli di Bivona, Cristia, Giuliana, Poggio Diana e Sciacca.

 

Cristìa XIV secolo

 

La presenza spagnola si protrasse fino al 1713 quando la Sicilia venne assegnata al piemontese Amedeo II e, dopo una breve presenza austriaca, nel 1734 venne unita al regno borbone di Napoli. Il resto è storia recente.

 

Giuliana XIII secolo

 

La frammentazione del suo territorio e la proliferazione di una miriade di feudi favorì la nascita di piccole borgate che nel tempo progredirono in prosperosi centri urbani.

 

Poggio Diana  (Misilcassim) XIV secolo

 

La città vide incrementare anno dopo anno la popolazione ed il territorio di Bisacquino, Bivona, Burgio, Giuliana, Prizzi, Sambuca e Sciacca, già piccoli insediamenti arabi, e tra il XIII ed il XVII secolo tutto il comprensorio venne costellato di nuovi centri rurali: S. Stefano Quisquina (XIII secolo); Chiusa Sclafani (1320); Salaparuta (XIV secolo), Contessa Entellina e Palazzo Adriano (1450); Villafranca Sicula (1499); Alessandria della Rocca (1570); S. Margherita Belice e Montevago (1572); Calamonaci (1574); S. Anna e Lucca Sicula (1622); S. Carlo (1628); Ribera (1630); Cianciana (1640); Menfi (XVII sec.).

 

Sambuca  (Castello arabo Mazzallaccar)  XI secolo

 

Sciacca  (Castello Luna) XIV secolo

 

Menfi (Burgimillus) XIII secolo Sciacca (Castelvecchio) XIII sec. Salaparuta XIV secolo

 

Oggi Caltabellotta non è più titolare di quel potere politico ed amministrativo che un tempo appartenne alla capitale del regno sicano di Cocalo, ma ha conservato il privilegio di poter dominare (virtualmente) dall’alto del suo Castello Luna  tutti i centri urbani che nelle serene notti d’estate, con i loro brillanti luccichìi, segnalano l’area e i confini entro i quali un tempo si ergevano i suoi imponenti castelli.

 

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