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IL PALAZZO BONA
di Giuseppe RIZZUTI
 
 

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Il più importante palazzo nobiliare di Caltabellotta si affaccia, con un fronte di circa 25 metri, sulla discesa Barone Scunda (dal nome del feudo della famiglia che lo ha detenuto per almeno tre secoli) e nella quale è ubicato l'ingresso principale. Esso si sviluppa quasi integralmente su due elevazioni ad eccezione del lato sud, dove a causa dell'orografia dei luoghi è stato ricavato anche un parziale scantinato. La parte basamentale ha un andamento a zigurrat, con cantonali in pietra squadrata di probabile origine tre/quattrocentesca.
Nei secoli successivi il palazzo ha avuto una serie di adeguamenti alle varie esigenze dei proprietari e dei tempi che cambiavano. Fu riedificato, sull'impianto originario preesistente nella seconda metà del Settecento e completato nei prospetti nei primi anni dell'Ottocento. Salvo lievi rimaneggiamenti novecenteschi, l'edificio conserva pressoché intatte le caratteristiche architettoniche originarie. Dall'atrio interno è possibile accedere al Piano Nobile che è costituito da 24 stanze molto ampie. Prima di essere smantellato da vandali, il pavimento era rivestito con mattoni di cotto smaltato e le volte delle stanze adibite ad abitazione erano dipinte. Questa breve descrizione l’abbiamo voluto dare per far rendere conto a chi ci legge e a chi non lo ha mai visitato che ci troviamo di fronte ad un complesso architettonico di tutto rispetto.
Alcuni documenti ritrovati recentemente dalla studiosa saccense Angioletta Scandaliato (in via di pubblicazione e in aggiunta a quelli già noti) attestano inconfutabilmente che in quel sito esisteva un “palacho comitale” con cortile interno appartenente alla famiglia Luna. Nel 1462 (anno a cui fa riferimento il primo documento) era conte di Caltabellotta Antonio de Luna.
Si ha ragione di credere quindi che la parte basamentale del palazzo Bona, unica casa signorile con corte interna di tutto il centro storico, possa essere quella del primo impianto del vero Castello Luna.
Se si riuscisse a fare un restauro dell’intero complesso e se si potessero, quindi, fare dei saggi diretti sulle fondazioni, sul materiale lapideo e sulle strutture in modo di poter accertare di fatto quanto già asserito dai documenti ritrovati, si potrebbe avere la certezza assoluta. In ogni caso questi documenti (provenienti dagli archivi dell’Inquisizione) sono una scoperta non da poco per la storia di Caltabellotta.
La famiglia Bona, le cui origini risalgono ai primi anni del XV sec., come risulta dagli archivi e dai registri della Regia Cancelleria del protonotariato del regno, è una delle più antiche e nobili di Caltabellotta, dove essa si insediò sin dai primi anni deI ‘600.
I suoi possedimenti erano molto vasti e tra essi spiccava il feudo di Scunda, alias Realmaimone, dal quale prese nome il baronato. I membri del casato parteciparono sempre attivamente alla vita pubblica della comunità caltabellottese e alcuni di essi ricoprirono la carica di Sindaco.
L'ultimo discendente maschio, invece, il barone Emanuele (morto nel 1967) si dedicò a tutt’altro. Ebbe solo due figlie e con lui si estinse il cognome.
Trasferitosi definitivamente a Palermo nel 1954, il palazzo non fu più abitato da membri della famiglia, lasciando il tutto in mano ad amministratori e campieri. Fin d’allora cominciarono ad essere evidenti i segni dell'incuria e dell'abbandono.
Classica figura di feudatario ottocentesco, il Barone Bona, non recepì il mutare dei tempi e quindi si lasciò travolgere dal sopraggiungere inesorabile del progresso.
Dopo il suo trasferimento quei locali che un tempo pullularono di vita, da mezzo secolo languono in un malinconico degrado.
Gli ultimi eredi della famiglia farebbero bene a cederlo gratuitamente al comune, quasi a parziale risarcimento di quanto non fatto per Caltabellotta nell’ultimo mezzo secolo.
Si può dire tuttavia che il Palazzo Bona è un complesso architettonico di notevole interesse storico - architettonico, che ha bisogno di grandi cure e di grossi investimenti, ma che merita di essere salvato. Un suo riutilizzo a fini sociali lo farebbe ritornare al centro dell'interesse della comunità caltabellottese.

 

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