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PRIMA DEL FRIGORIFERO A CALTABELLOTTA
di Roberto D'ALBERTO
 

Esistono memorie scolpite nel marmo, e ricordi che si dissolvono senza lasciare traccia alcuna.
Prima dell’avvento della luce elettrica, dell’automobile, della plastica, del frigorifero, c’è stato un tempo in cui la neve era l’unica risorsa con la quale potere avere un po’ di freddo durante il periodo estivo. Anticamente se volevano conservare la carne, preparare un gelato, o frenare una febbre, non c’era altra scelta che l’utilizzo del ghiaccio.

La caduta, la conservazione, il commercio della neve che copiosa nel corso degli inverni di una volta cadeva in paese e sulle montagne, permetteva alle vecchie comunità di giovarsi dell’unico refrigerante naturale disponibile; il ghiaccio.
Oggi a Caltabellotta di tutta questa storia rimangono soltanto gli sbiaditi ricordi di qualche anziano, e un atto notarile datato 28 marzo 1831.
Il documento, ignorato ed impolverato, giaceva tra le carte dei sorprendenti archivi di casa Grisafi, fino a quando il proprietario, il Dottor Francesco, per amici e parenti Cicci, con il fiuto e la competenza che lo contraddistinguono non vi ha messo gli occhi di sopra, strappandolo all’oblio cui era destinato.
Il testo, (nella sua forma originale è redatto in un italiano tanto antiquato da sembrare quasi sgrammaticato), risale al Regno delle due Sicilie, quando era governato da Ferdinando II di Borbone, e sottoscrive la stipula di un contratto tra il sacerdote Don Franco Grisafi, il soldato Giuseppe Caruso, i fornai Vito Picone , Antonino Cortese e Leonardo Rizzuti residenti a Caltabellotta, e due cittadini di Sambuca di Sicilia, al secolo, Giuseppe Di Giovanna e Michele Ferrara.
Le parti contraenti s’incontrarono a Caltabellotta alla presenza del notaio Pellegrino Ragusa, per dividere i territori limitrofi Caltabellotta e Sambuca in due distinte sfere d’influenza.
In altre parole si stabilì che il sacerdote Grisafi ed i suoi soci avrebbero venduto e trasportato la neve a Ribera, S. Anna, Burgio, Villafranca, Lucca, Cattolica ed altri comuni di là del fiume S. Carlo, facendo divieto al Ferrara e Di Giovanna “ di trasportarvi tutta quella neve necessaria senza poter vendere a fossa portare in detti comuni neve o fargli offerta delle loro niviere”.
Di contro Di Giovanna e Ferrara potevano commercializzare la loro neve nei comuni di Sambuca, Montevago, S. Margherita, Mazzara,Marsala, “sala di Paruta”, Menfi, Contessa e “tutti l’altri comuni di là del vallone di Rinchione, e feudo del Carbo, restando proibito alli detti reverendo Grisafi e consorti portare neve in detti comuni fargli offerta o vendere a fossa della loro niviera così di patto”. Per quanto riguarda Sciacca,- evidentemente anche a quei tempi il mercato più allettante,- l’attestato recita così; “ li suddetti reverendo Grisafi e consorti d’una parte e detti Ferrara e Di Giovanna dell’altra parte devono trasportare nella comune di Sciacca tutta quella neve che sarà necessaria per smaltirsi in detta comune cioè una parte detto reverendo Grisafi e consorti della niviera di questa e una parte detti Ferrara e Di Giovanna della niviera del primo di detta Sambuca dovendosi egualare a quintale, quale egualazione deve farsi in ogni giorni quindeci e fatto il conto quello che ha consegnato meno in bottega deve egualarsi con quello che ha consegnato di più anche che ne sia crescenza”.
Il certificato, lingua italiana a parte, è senz’altro notevole, perché documenta uno spaccato di vita caratteristico di una remote realtà caltabellottese, della quale hanno memoria orale soltanto persone d’età avanzata.
Il signor Turturici Antonino, classe benemerita 1912, ricorda una filastrocca; “Pi tutti li santi la “nivi”a li canti, i canti”, un detto che nella sua semplicità rimarca la presenza costante delle precipitazioni nevose. Rammenta, poi, che nel nostro territorio esistevano ben sette fosse utilizzate per la raccolta della neve, le cosiddette “niviere”, alcune site “narrè la nuvi”, dove, dopo le nevicate, squadre di ragazzi s’industriavano a farvi arrivare enormi palle di neve che venivano pagate secondo le dimensioni 1,2, oppure 3 soldi, da un signore che usava a mo di cassaforte un lurido e capiente sacco di juta. Le nevicate , neanche a dirlo, erano molto più abbondanti di adesso,
La neve, perciò, riversata nelle niviere, era pestata con i piedi e compressa, “ammataffata” dicevano. In seguito veniva coperta con uno strato di paglia e fascine di frasche per evitare che prendesse aria e si sciogliesse, periodicamente inoltre, la paglia umida era sostituita con quell’asciutta in modo da proteggere la copertura conclusiva.
Con l’arrivo dell’estate, infine, il ghiaccio tagliato con spadoni di legno si sistemava dentro apposite ceste e caricato dai “nivalora”,(traducete gli uomini della neve), sui muli, che di notte ( per limitare lo scioglimento ), lo trasportavano nei luoghi richiesti dal mercato.
Molte città e paesi avevano il loro commercio di neve.
A Roma pare arrivasse sopratutto dal monte Pellecchia e dal Terminillo, a Palermo dalle Madonie, a Napoli dal Vesuvio, a Verona dai monti Lessini, a Catania dall’Etna naturalmente.
Il signor Vincenzo Randazzo, l’ex impiegato del banco di Sicilia che tutti conoscono come Pino, ricorda che la raccolta ed il commercio della neve a Caltabellotta terminarono nel 1929, in concomitanza con la fabbricazione delle macchine frigorifere.
Attrezzi capaci di produrre 500 chili di ghiaccio in 1 ora.
Propagandato sui giornali in modo eclatante, ” trasparente, purissimo, durissimo, salubre e igienico”, in realtà il nuovo ghiaccio artificiale era piuttosto opaco, e tutt’ altro che attraente. L’epoca del frigorifero iniziava così la sua parabola perentoria, sulle “niviere” calava il sipario, per la neve ed i suoi sbocchi commerciali era arrivata davvero la fine.

 

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